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Flora Masoy, nel minuscolo locale dove ha sede il Morogoro Paralegal Centre, apre un registro e ne scorre le righe con un dito. Elenca, con una punta d’orgoglio, dichiarazioni, date e firme che testimoniano l’applicazione della legge che consente alle donne di possedere la terra e disporne. Secondo il diritto consuetudinario, in caso di morte del marito la proprietà passa alla famiglia dell’uomo. In caso di rottura del matrimonio, poi, la donna viene spesso costretta ad abbandonare la casa. Non è infrequente che le siano tolti persino i figli. Oggi, grazie al Land Act numero 4 e al Village Land Act n. 5 del 1999, uomini e donne hanno pari diritti, e le vedove possono finalmente ereditare. In più, non si può vendere un terreno senza il consenso di entrambe le parti. La sfida successiva è ora mettere in pratica quanto sancito, in un contesto culturale dove la figura maschile è dominante e la donna non ha diritto quasi a nulla (condizione definita “tradizionale” ma alla quale ha contribuito non poco il sistema coloniale, con l’introduzione del salario e la divisione del lavoro tra i sessi). «Forniamo assistenza legale – spiega Flora – e portiamo informazione nei villaggi, con questionari, opuscoli molto semplici e il teatro, perché la gente si renda conto dell’importanza di questa legge e sia consapevole dei propri diritti. Teniamo conferenze e seminari, dove invitiamo anche gli uomini, compresi giudici e poliziotti, per sensibilizzarli, anche se qualcuno di loro non ne vuole sapere. La società civile e il governo si stanno muovendo per aumentare il numero delle donne nei comitati di villaggio. Curiamo l’informazione anche riguardo ad altri temi: violenza sessuale, Hiv/aids, bambini di strada, droghe e il processo elettorale. Per mezzo di alcune sottounità operative arriviamo a coprire 6 distretti». Già nel 1998 c’era stata una importante conquista giuridica, quando si arrivò a una legge sulla violenza sessuale. Nella mobilitazione che ne sostenne l’approvazione, si organizzarono veglie in memoria delle uccise e si coinvolsero anche leader religiosi e di comunità, affinché parlassero contro le violenze, considerate un sintomo della caduta di valori nella società. Il culmine fu raggiunto con un simposio, trasmesso in diretta dalla radio nazionale, dove i parlamentari convocati ebbero modo di valutare l’ampiezza del fenomeno.
Le organizzazioni di genere, sulla cui nascita ha influito anche il movimento di emancipazione internazionale, spesso si occupano di questioni sociali a tutto campo, con un particolare interesse per le fasce più deboli. «Non facciamo lobbying solo per le donne, ma anche per l’accesso ai servizi sanitari e per un’educazione primaria completamente gratuita», spiega l’avvocato Rehema Kerefu della Wlac, una delle organizzazioni non governative (ong) facenti parte della coalizione per il Land Act. «Abbiamo incominciato a lavorare per la qualità dell’istruzione e anche per l’accesso alle secondarie». Anche il Tanzanian Gender Network Program (www.tgnp.co.tz) è impegnato su fronti diversi, come il monitoraggio della globalizzazione. Quando, un anno dopo la contestazione di Seattle nel 1999, gli attivisti del Tgnp organizzarono una protesta pacifica per l’esclusione della società civile da un vertice dell’Fmi, coinvolgendo un centinaio di persone con cartelli, furono malmentati e dispersi dalla polizia; una di loro fu trattenuta e interrogata a lungo. Ora, dicono, la percezione del governo su questi temi è cambiata. LOTTE CONTADINE Tornando alla terra, in un paese dove la gran parte della popolazione vive dei suoi frutti, questa rappresenta un fattore cruciale. Ai vari aspetti della sua gestione si dedica Pelum (Participatory Ecological Land Use Management), un network di associazioni contadine nato nel 1995 che raggruppa 160 organizzazioni – di cui 25 in Tanzania – in 10 paesi dell’Africa orientale e meridionale. Questa rete promuove una agricoltura sostenibile, olistica, di basso costo e che eviti il degrado dei terreni. Si punta sulle sementi tradizionali e sulla coltivazione organica, poiché i fertilizzanti chimici, oltre che troppo costosi, si sono rivelati inadatti ai fragili suoli tanzaniani, sottoposti a un regime delle piogge sempre più incerto. Vengono recuperate tecniche e conoscenze autoctone, tra cui sostanze che possano aiutare nella lotta all’aids. I contadini devono poi difendersi dagli effetti della globalizzazione, che, con l’apertura dei mercati, ha portato alla drastica riduzione dei sussidi statali alla piccola agricoltura. C’è molta preoccupazione per gli organismi geneticamente modificati, mancando in Tanzania una politica sulle biotecnologie. «Sappiamo che la multinazionale Monsanto è qui» sostiene un attivista, «ma, per quanto se ne sa, non si è ancora mossa». Altro argomento molto sentito è quello dei diritti delle comunità locali sulle sementi: per questo la rete si unirà alla coalizione che si sta formando affinché venga approvata, in seno alla nuova Unione africana, una legge in questo senso. Si sta comunque progettando una banca dei semi. Ben collegata con le università, Pelum insiste sia sulla formazione tecnica e manageriale dei suoi membri, sia sulla circolazione dell’informazione a ogni livello. Il ruolo di decisione e di controllo rimane sempre nelle comunità locali. La principale rete nazionale è Mviwata (rete tanzaniana di gruppi di agricoltori) che è accreditata di un grande entusiasmo e di grandi potenzialità. Creata dai partecipanti a un seminario tenuto nel 1993 presso l’Università agraria Sokoine, è formato da gruppi molto diversi tra loro, che possono anche essere piccolissimi (5-12 persone). Il gruppo agisce come garante per permettere l’accesso al credito dei membri e crea i propri collegamenti nella zona in cui lavora. Diffonde informazioni e fa conoscere la sua esperienza di solidarietà anche attraverso canzoni, che passano di bocca in bocca lungo le vie del piccolo commercio. Nel maggio del 2003 Mviwata, che, come Pelum, ha contatti con l’ong italiana Lvia, ha firmato la Dichiarazione di Dakar sulle politiche agricole e di commercio solidali, in vista del vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio a Cancún (settembre 2003; cfr. Nigrizia, 11/2003, 26). Così ora anche nei piccoli villaggi si sa cosa vuol dire “globalizzazione”. Il numero degli appartenenti a queste realtà di base è in forte crescita: 20mila solo 5 anni fa, sono attualmente circa 100mila. UN NUOVO ATTORE Ormai ogni nodo della vita sociale ha ong o associazioni che se ne occupano. Così è per i diritti umani, la libertà di stampa, i malati di aids, la condizione dei giovani, l’educazione, i bambini di strada…
Si può quindi parlare di ri-emersione, in forme diverse, della società civile. Un attore che ha imparato a interagire con lo stato, che sa organizzarsi fino a costruire coalizioni ad hoc e si muove anche sul piano internazionale. Tuttavia, la portata della sua azione è ancora limitata: si stima che non raggiunga che un 10-15% della popolazione. La maggior parte della gente, che per il 50% si ritrova sotto la soglia di povertà, rimane passiva, inconsapevole dei propri diritti e sempre meno fiduciosa nel prossimo. La strada da percorrere è ancora molto lunga, anche se i primi passi sono stati fatti. Intanto, mentre nelle regioni centrali il cibo continua a scarseggiare a causa di una annosa siccità, a Dar es Salaam si continuano a edificare centri commerciali e ville di gran lusso; persino i bancomat hanno fatto la loro apparizione. Simboli, in un paese ormai ricolonizzato dalle privatizzazioni, dei bisogni dei nuovi ricchi tanzaniani (pochi) ma soprattutto dei nuovi padroni stranieri.
Massimo Lambertini Nigrizia (Aprile 2004) foto di Gianguido Crovetti |
Centro Studi "G.Donati" - Bologna |