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Prisca Ojok Auma 24 dicembre 2005

Kampala, 24 Dicembre 2005
A Sua Santità Benedetto XVI

Al Segretario Generale delle Nazioni Unite


UNA TESTIMONIANZA DAL NORD UGANDA

Ho trascorso questi ultimi mesi con la mia gente nei campi per sfollati disseminati nella mia terra: Acholiland.
Una terra ormai morta, senza più traccia di quei villaggi e di quelle coltivazioni che da sempre hanno rappresentato l’orgoglio e l’espressione della cultura contadina del mio popolo.

Ora la quasi totalità della popolazione, quasi due milioni di persone, è rinchiusa nei campi per sfollati, ammassati gli uni sugli altri in promiscuità lì dove anni fa furono spinti in poche ore, a forza, per paura degli attacchi dei ribelli.
Dove ognuno è straniero per il proprio vicino.
Dove la vita non è vita, ma competizione durissima, giornaliera per sopravvivere.
Dove dignità, cultura, tessuto sociale e, soprattutto, quei valori morali che hanno costituito il fondamento della nostra cultura, sembrano persi per sempre.
Kalongo, dove io sono nata, è un’immensa bolgia infernale dove soffrono 45.000 anime, il cui clamore non cessa neanche di notte.

La guerra un giorno finirà, gli Acholi usciranno dalla prigione dei campi, torneranno quasi da stranieri alle loro terre, se mai potranno riconoscerle, dopo venti anni di assenza, ma specialmente i bambini, nati e vissuti nella realtà devastante dei campi, stenteranno a ritrovare le proprie radici culturali.

Durante il mio tristissimo pellegrinaggio nei campi, santuari della sofferenza, ho incontrato centinaia di donne: madri, mogli, vedove e figlie, ascoltando a lungo le loro testimonianze su quanto sta avvenendo al popolo Acholi.
La tristissima realtà è che il popolo Acholi sta morendo, nell’anima prima e poi nel corpo.
Sradicati a forza dalla propria terra, ammassati nei campi e lì dimenticati.
Martoriati dai ribelli e sottoposti a gravissimi abusi dei diritti umani da chi dovrebbe proteggerli.
Privati della propria cultura e della propria dignità, ridotti come sono allo stato di mendicanti in attesa della carità elargita dalla comunità internazionale.
Afflitti dalla povertà più disperante, che impedisce di soddisfare anche i più elementari bisogni della vita quotidiana.
Nella paura costante di essere aggrediti dai ribelli e assistere al rapimento dei propri figli.
Ed infine testimoni impotenti del dilagante degrado morale che colpisce con particolare violenza le bambine che già dall’età di dieci anni, spinte dalla povertà e dai cattivi esempi, si vendono ovunque, anche per un pacchetto di biscotti o un pugno di zucchero.
E questa è la norma, non l’eccezione.
Le mamme, traumatizzate e inebetite da tanti anni di atrocità e sofferenze, ammettono che sono oramai incapaci di educare e controllare i propri figli, perduti non si sa dove nei gironi dell’inferno dei campi e preda degli infami.

Ho voluto con forza, quasi senza pietà per il loro pudore ed i loro tabù, che le donne dei campi mi rivelassero queste miserie dell’anima e ho capito che hanno provato vergogna per questo.
Ma la vergogna è per quanti direttamente o indirettamente responsabili di questa situazione, fanno finta di non sapere e tacciono, per paura, per moralismo o semplicemente perché ritengono di non dovere essere chiamati in causa.
Quelle donne, su mia richiesta, hanno parlato.
Ora attendono una risposta che, da parte mia non mancherà.
Questo è il messaggio di chi guarda a voi come l’unica speranza.


Prisca Ojok Auma


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